Borse da viaggio in vera lucertola

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King Kong se ne stava tranquillamente appollaiato sull’Empire State Building a prendere un po’ di sole. Era una luminosa giornata di primavera. Una di quelle in cui New York appare ancora più bella.

I passanti non ci facevano neanche caso, sempre di fretta, in quella città che da tanto, ma tanto chiede. Qualche turista cinese scattava foto, ma da trecento metri più in basso il grande gorilla sembrava poco più di un peluche di FAO Schwartz.

In fondo non dava fastidio, stava lassù, non sporcava, ogni tanto lanciava qualche grido o si batteva con forza il petto, ma questi suoni non li sentiva nessuno, coperti dal fracasso assordante dell’incessante traffico.

King Kong guardava verso Ellis Iland, forse guardava più lontano, là dove la baia, la Upper Bay, diventa Atlantico, forse pensava alla sua lontana terra natale.

E mentre guardava, le acque iniziarono a ribollire, si alzarono grandi cerchi di onde, qualcosa stava sorgendo dal mare. Una testa enorme affiorò in superficie, coperta di squame verdi gialle e marroni, occhi gialli con pupilla a fessura e una bocca con enormi denti affilati. Poi uscì anche buona parte del corpo. Avanzava in posizione semi eretta, con le zampe anteriori protese in avanti.

King Kong lo osservava avanzare. Lo aveva riconosciuto subito, quel lucertolone preistorico era  Godzilla, risvegliatosi dal suo lungo letargo.

Godzilla uscì dal mare e entrò in Manhattan dalla punta a sud, più o meno dove partono i traghetti per la statua della libertà. Mentre camminava verso nord iniziò a fare disastri, schiacciava auto e bus, abbatteva insegne e cartelloni, sfondava vetrine, distruggeva palazzi.

La gente scappava, il traffico era impazzito, i taxi drivers ben si guardavano da raccogliere i passeggeri che si sbracciavano ai lati delle strade, tutti correvano verso nord.

Fece sfracelli a Tribeca e poi a Soho, diede anche un paio di colpi di coda dentro Chinatown distruggendo una decina di ristoranti e facendo volare per aria un’enorme quantità di lanterne rosse.

Poi attraversò a piedi nudi Washington square e infine si infilò su per la Quinta strada.

King Kong scese velocemente dall’Empire. Saltò a terra, si battè i pugni sul petto, ruggì e iniziò a correre sulla Quinta in direzione di Godzilla.

Il grande gorilla era ancora parecchio arrabbiato dal fatto che nel 2001 i terroristi gli avessero abbattuto le Twin Tower, dove lui si trovava benissimo, ora non voleva nemmeno pensare che il lucertolone potesse abbattere l’Empire.

All’altezza di Madison square i due si trovarono faccia a faccia. Godzilla era decisamente più grosso di King Kong, ma anche molto più stupido. Prima di scontrarsi entrambi emisero urla assordanti, entrambi mostrarono i denti all’altro. Per un po’ rimasero a studiarsi assumendo posture di sfida per intimorire l’avversario.

Parecchie persone approfittarono di questo stallo per scattarsi dei selfie. Poter postare su un social la propria foto insieme a King Kong e Godzilla valeva il rischio.

Lo scontrò finalmente iniziò, e velocemente King Kong ebbe la meglio. Benché Godzilla fosse di origini giapponesi non aveva nessuna abilità nelle arti marziali. Il grande gorilla facilmente riuscì a prendere la coda del lucertolone e così, tenendolo per la coda, iniziò a sbatterlo in terra. La terra tremava come durante un terremoto. Dopo una cinquantina di sbatacchiamenti Godzilla esalò l’ultimo respiro. Lo scimminione si percosse il petto con i pugni ed emise un impressionante ruggito che fece tremare i vetri di tutta l’isola.

King Kong allora si incamminò verso nord trascinandosi Godzilla per la coda, insanguinando tutta la Fifth Avenue. Camminò fino alla quarantanovesima traversa e si fermò davanti al grande store di Louis Vuitton, dove ricche signore ben vestite furono prese dal panico appena videro il faccione dello scimmione apparire dalle vetrine. A gesti King Kong fece capire al terrorizzato direttore del negozio che avrebbe voluto un set di valigie ricavato con la pelle del rettile. Il direttore non fece storie.

King Kong pensò che le valigie nuove potevano diventare la scusa per partire e tornare a rivedere la sua terra natia. Nell’attesa che le borse venissero pronte, si arrampicò agilmente sul grattacielo del Rockefeller center e si rimise a guardare lontano.

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