Verso l’infinito

Un giorno il grande imperatore decise di partire ad esplorare il suo regno. A nord il regno era chiuso dalle alte montagne, a est e a sud il mare lo circondava, verso ovest, invece, si diceva che non avesse fine. L’imperatore non credeva fosse possibile ciò, non riusciva a comprendere il senso dell’infinito e volle andare a sincerarsi.

Lasciò suo fratello come reggente e organizzò un’enorme spedizione. Cavalieri e armigeri, carri con le vettovaglie, cuochi, medici, scienziati e filosofi, quasi cinquemila persone si misero in marcia. In testa stavano i porta bandiere con gli stendardi lucenti e con i drappi di sete colorate frementi nel vento, poi seguivano i musici che davano il ritmo e poi il corteo imperiale, con la guardia scelta che faceva da scorta all’imperatore il quale cavalcava, fiero e possente, con la sua armatura lucente che scintillava sotto ai raggi del sole e che ne segnalava l’altissimo lignaggio. Bello come una divinità, cavalcava con l’eleganza di un condottiero. Più indietro seguivano i dignitari di corte, poi gli scienziati e i filosofi ed infine il personale di servizio con le vettovaglie e i bagagli.

Quando erano in marcia da lontano si vedeva la polvere alzarsi nel cielo ben prima che apparissero all’orizzonte. Le genti dei villaggi si radunavano per vedere e si inchinavano al passaggio.

Quando si accampavano per la notte un’enorme tenda veniva montata. Aveva i colori sgargianti dell’oro, della porpora e dello zafferano. La bandiera imperiale vi sventolava sopra. Attorno a questa stavano altre tende sontuose destinate alla corte e poi gli accampamenti dei soldati tutti intorno a protezione e infine i carriaggi e le povere tende dei servi. Gli stallieri preparavano i recinti dove governare i cavalli e vi montavano la guardia. Sentinelle si davano il cambio durante la notte per vigilare sulla sicurezza dell’accampamento.

Dopo un mese di strada l’imperatore decise di mandare i messi nella capitale.

Eravamo lì per quello, disponevamo dei migliori stalloni che ci avrebbero permesso di tornare velocemente al palazzo imperiale, recapitare gli ordini per il reggente, raccogliere le notizie e i dispacci e fare ritorno il più velocemente possibile dall’imperatore.

Erano in quattro al mio comando, avevamo cinque giovani destrieri, i migliori cavalli di tutto l’impero, capaci di galoppare dall’alba al tramonto senza accusare stanchezza. Non c’era bisogno di incitarli, a briglia sciolta correvano sulle polverose strade che ci riportavano alla capitale. Attraversavamo i villaggi senza fermarci, senza rispondere ai saluti, curvi su i nostri destrieri, svanendo dalla vista in pochi attimi. Viaggiavamo ad una velocità esattamente doppia di quella del corteo imperiale. In quindici giorni arrivammo alla capitale. Lasciai l’astuccio con i documenti al principe e ne presi uno uguale dalle sue mani. Salutai e uscii dal palazzo, i miei uomini mi aspettavano già in sella. Montai anch’io e ripartimmo con la stessa foga. Passammo nei villaggi del primo viaggio, ma poi ne attraversammo dei nuovi e mai visti dove altre persone ci guardavano stupiti.

Ci mettemmo due mesi per raggiungere l’imperatore. Erano passati tre mesi dalla partenza.

Quando arrivammo i trombettieri suonarono lunghi squilli festanti per salutarci e segnalare all’imperatore il nostro arrivo. Una sola notte ci riposammo e poi il giorno dopo, quando stava sorgendo l’alba ripartimmo.

Quella volta ci vollero sei mesi per tornare dall’imperatore. La volta successiva servirono 18 mesi. E quella dopo ancora quattro anni e mezzo.

Ora siamo all’accampamento dell’imperatore, ci abbiamo messo più di tredici anni per tornare. Sono vent’anni che cavalchiamo e vent’anni che l’imperatore avanza senza sosta, ma la fine dell’impero ancora non si vede. L’accampamento ora non è più sfarzoso e lucente. Le tende sono scolorate, strappate e rammendate, le bandiere sbattono nel vento sfilacciate e stinte. L’imperatore non è più baldanzoso, ma invecchiato, con la barba e i capelli quasi del tutto bianchi. Gli uomini della guardia sono stanchi e curvi. Parecchie persone sono morte. Ci sono anche dei bambini nati in questi anni. Una delle ancelle di corte mi ha presentato un giovane ragazzo dicendomi che è mio figlio. In effetti potrebbe somigliarmi. Non mi guarda negli occhi e nemmeno io so cosa dirgli. Anche l’imperatore ha avuto dei figli. Quando lui morirà, se la fine del regno non sarà raggiunta saranno loro a dover continuare il viaggio, così ha ordinato.

Domani ripartirò e quando tornerò, se tornerò, saranno passati più di quarant’anni. Avrò più di ottant’anni. Durante le lunghe cavalcate sono riuscito a trovare il modo per calcolare il tempo tra una partenza e il successivo ritorno, quindi so con certezza che il viaggio successivo durerà centoventuno anni. Più della vita di un uomo. Non sarà più possibile portare gli ordini a palazzo. Il corteo imperiale sarà perso per sempre nella ricerca dell’infinito e nessuno ne saprà più nulla.

(ispirato da Dino Buzzati)

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